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Antonio Slavich

All'ombra dei ciliegi giapponesi. Gorizia 1961

Gorizia 1961


Nel marzo 1962 il giovane Antonio Slavich entra in servizio presso l'Ospedale psichiatrico di Gorizia, ultimo avamposto italiano prima della Cortina di Ferro. Lo ha chiamato il neodirettore Franco Basaglia, che in un ambiente nettamente ostile e in un mondo di sofferenza, violenza e annientamento, ha voluto a fianco a sé il suo unico allievo.


È una sera di marzo del 1962 quando il giovane Slavich viene depositato da un taxi davanti al cancello dell’ospedale psichiatrico di Gorizia, ultimo avamposto italiano prima della cortina di ferro. Solo pochi mesi prima, nel novembre 1961, Franco Basaglia aveva vinto il concorso da direttore in quel luogo dimenticato e aveva chiamato il suo unico allievo a collaborare con lui per avere almeno un alleato in quell’ambiente ostile.
Inizia così la narrazione di quei primi mesi e anni in cui prende avvio il lento e progressivo smontaggio dell’istituzione manicomiale. Le grandi imprese hanno spesso un inizio modesto, quasi minimalista, commenta Slavich nel ripercorrere passo dopo passo le piccole conquiste quotidiane, i tentativi di scardinare le logiche manicomiali, il procedere per prove ed errori, senza aver chiaro in mente fin dall’inizio dove si vuole arrivare, ma facendosi guidare da un unico obiettivo: cominciare ad aver cura degli internati.
In quel deserto immobile e squallido, con la sua violenza neppure tanto dissimulata, ogni gesto irrituale, ogni piccola azione che scalfisce un po’ la superficie sembra già una riforma. 
Intorno a loro vediamo aggregarsi lentamente il gruppo storico degli operatori che costituirà l’équipe goriziana prima e diffonderà successivamente la riforma in molte regioni italiane.

Il racconto autobiografico, che Slavich ci ha lasciato, contiene le emozioni, la scoperta e la testimonianza di un’origine assoluta. È il momento in cui si aprono le porte, gli internati, “costretti” a una nascente cittadinanza, sono invitati a esprimere il loro parere, il loro assenso, il loro rifiuto. L’“assemblea goriziana” diventa il cuore e l’anima di un movimento destinato a sconvolgere il mondo.


“Qualcosa bisognava pur fare affinché quel poco o tanto che sapevamo o potevamo si traducesse, davanti ai malati prima di tutto, ma anche davanti agli infermieri, in un’attività professionale abbastanza credibile da consentirci almeno di guardarci allo specchio senza vergogna.”

  • Italiano
  • 2018
  • pp 224
  • EUR 16,00
rassegna stampa
22/04/2018 - L'Espresso
La solitudine del visionario
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